una domenica. Quindici di aprile per la precisione. I numeri, le date, tutti uguali. Però quella mattina lì ho ascoltato – me lo dice un amico – la nona di Mahler. Il valzerino, per la precisione. Erano le vacanze di pasqua, o poco di più. Insomma, si veniva da qualche giorno di vacanza. Come sempre, come ogni anno, come anche oggi, ad aprile, mi chiedevo, o evitavo di chiedermi, cosa avrei fatto l’anno seguente. Se avevo il posto, risposta probabilmente no, ma la lunga consuetudine a quello strano guazzabuglio nel quale vivo mi ha abituato a dire non ci pensare, non ti preoccupare, niente va mai come ti aspetti. Già: niente va mai come ti aspetti, niente come si prevede che vada. Succede magari anche che il Radics, dopo tanti anni, ci ha la ragazza fissa. Più tardi, molto più tardi, scoprirò che gli ha dato un portafortuna. Non ho mai saputo quale. Io un portafortuna ce l’avevo. Una torre, chi l’ha visto lo sa. Poi molto, molto più tardi ho deciso di non usarla più. Il perché non mi ricordo. Montalbini, quel giorno lì, ha saputo da me che ci si giocava una cosa che il solo nome faceva paura. E quando gliel’ho detto, durante una delle duemila sigarette di ogni partita, ha detto ah, beh, allora vado e glielo dico ai miei, che devono vincere. Vincere. A ben vedere quel giorno lì non ha vinto nessuno. È finita pari. La madre di tutte le battaglie. Un pareggio, dicono gli americani, è come baciare tua sorella. Niente emozioni, niente adrenalina, allora piuttosto perdi, ma rischia. Forse, quando molti anni dopo quel valzerino, il Radics va dal Capitano, e gli dice con il Peace and Love è patta, forse al Capitano gli passa anche questo per la testa. Che pareggiare è come baciare tua sorella. E siccome io sto penando come un cane contro il Massironi, il VDF ha già pareggiato in sicurezza col Buchicchio, per bene che vada, se lui dice sì, ci si ritrova al bacio incestuoso di cui sopra. Però, a ben vedere, anche quel bacio basta. Il perché, anche qui, non lo ricordo. La classifica, vera o avulsa, ma basta. Il bitim quel giorno lì giocava in trasferta. Ma si giuocava poco. Il Capitano dice sì. Io non dico, io penso PD. Che non è un partito, e nemmeno il nome di quello che sta firmando il formulario di fronte al mio pelatino. Chi cavolo vince, l’eslong? L’ultima vittoria dell’eslong risale all’anno prima, alla A2, contro non ricordo nemmeno chi. Erano proprio le primissime strisce, si chiamavano così perché si muovevano sulla home page del sito, sapete quel monzascacchi che adesso fa la pubblicità al viagra, e in una c’è scritto ieri l’eslong ha vinto una partita. Mi pare contro Rivoli, o quello che sia, quelli della Barbiso. Non ricordo altro. Mi ricordo quando è arrivato il Liv. Io ero fuori, giocavo ancora, e fumavo. Prima, molto ma molto prima, era arrivato anche il Gabo. Con morosa al seguito, se ben ricordo. E aveva detto c’è bisogno che gioco? Risposta no. Ok, allora ci sentiamo dopo. Poi ricordo il Surfer, quando è arrivato. Io avevo già perso. Giuocavano solo i due capitani. E molti tavoli in là il Surfer analizzava. Con Buchicchio, Peace and Love, Massironi. Noi no. Ricordo lo sdrumovic. Ricordo che quello stesso anno, camminando sui binari della stazione di Udine, al VDF arriva un sms. Mi si fanno i complimenti per essere campione della Brianza. O della paranza, che c’era una canzone appena uscita. Mi ricordo il sole. Anche la faccia del Capaliku. Anche di aver cercato, inutilmente, un caffè al ginseng, che era la mia mania in quel tempo lì, in mezza san donà di piave. Ricordo Holly e il Pupi. Ricordo il Liv, di cui sopra, con lo Spranga accasciato sulla sedia, andare da lui e dire ciao io sono il Liv. E lo Spranga raccogliere tutte le sue forze e stringere la mano. Ricordo esattamente, precisamente, il punto in cui suonò il telefono del Radics. Via Cavallotti, di fronte al bar tabacchi a pochi metri da piazza Trento. Quello più vicino al Manzoni. Non mi ricordo chi è che gli ha dato la notizia. Udine Arzignano 3 a 1. Biscotto. Da quel momento in poi ricordo ogni istante. L’history pub. L’inter che credo abbia perso con il Chievo. Ricordo che per ore ci siamo detti non può essere vero. Ce lo siamo detti in un’orgia di cellulari, il mio il suo, che continuavano a suonare. Ricordo che qualche giorno dopo il giorno mi chiamò per intervistarmi. Ricordo che l’Imperatore non riusciva bene a capire di cos’è che stavamo parlando. Ricordo che l’eslong per anni è andato in giro con quella penna di quel giorno lì. Ricordo tanto tempo dopo il VDF al circolino che analizza la partita col Buchicchio.
Mi ricordo questa foto. L’ha fatta il Liverpool. L’eslong ha gli occhi chiusi. Il VDF, forse l’unica volta da quando lo conosco, mostra emozioni. Mostra fatica. Non tanto per la sua partita. Il Radics ha una faccia che dice tutto, e mi pare anch’io.

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Io non ho fatto la barba e ho la giacca della fortuna. Dopo arriveranno tante altre cose, altri indumenti, altre superstizioni. Mi ricordo, anche a occhi chiusi, non la mia partita, non solo quella almeno, ma il finale del Capitano. A ben vedere il formulario, il mio, di quel giorno lì non ce l’ho. E, a parte qualche foto, qualche filmino che ancora gira su youtube, non ho nient’altro. Sparito persino il famoso tovagliolo autografo commemorativo, con una certa posizione disegnata sopra, che riportammo dall’history. Appeso alla bacheca del circolo venne poi cestinato dal Paulovich. Sparita la mia convinzione, la mia Forza. Almeno in questi momenti qua. Sono passati cinque anni. A vedere, a pensare cosa è successo in mezzo sembra un secolo. Un secolo inutile.

A Mauro Marelli,
Valerio Di Fonzo,
Luca Radice,
Flaviano Gabetto,

ai cardiac kids, alla PForte Squadra Che Monza Abbia Mai Avuto, a cinque ragazzi che ci hanno creduto. Che sono stati capaci di essere mille volte più forti della somma delle loro forze, che hanno capito di valere qualcosa, quando tutti dicevano il contrario

GRAZIE

non lo dimenticherò, non lo dimenticheremo mai.

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