a corto di idee per i regali natalizi, soprattutto a mogli o fidanzate, non trascurate il consiglio dello zio kob, e acquistate (legalmente o meno) il disco che attualmente gira (si fa per dire disco si fa per dire gira) sul suo ipod. Painted from memory dell’Elvis, non Presley ma Costello, con Burt Bacarach o come si scrive. Su tutte certo watching the detectives, uno dei 500 migliori pezzi di sempre secondo rolling stone (rivista eroica e mitica dei tempi che furono) e tra i primi dieci secondo chi vi scrive, ma poi una serie di pezzi che, specie in questi periodi, specie con questo freddo, fa un piacere quasi fisico sentire. Già, il freddo, l’inverno, queste robe qui. E l’uguzzone, da cui non mi sono ancora ripreso. Tosse, febbre, raffreddore, faccia gonfia, i soliti postumi. I postumi di un passaggio del turno. I postumi anche di un giorno che va come deve andare. Il limite, anche, di un certo gruppo. Il limite che si chiama intensità. Che vuol dire occhi della tigre, di velaschiana memoria, in certe situazioni. Che vuol dire facciamo i pagliacci, come ci diciamo io e il Radics proprio nel momento in cui appare il Bxx. Per questo non pubblicherò le partite. O forse sì, vediamo. Intanto siamo accoppiati con Vigevano, e sempre all’uguzzone. Bum, mi spiace per Vigevano. Potevano essere più fortunati. Perché io non perdo, non mi importa l’avversario. Ma nemmeno pareggio. Vi ho provato, da sciemo, con la i, domenica, col Pellizzola. Non lo faccio più. Mai più. Gli altri vedano di cavar fuori quel punto e mezzo. Di più non serve. Lo scrivo, oggi, lo faccio. Come Joe Namath di mille anni fa. Aspetta e vedrai.

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